Come si può scrivere del Tevere, il fiume di Roma, sulle cui acque è passata la Storia con i personaggi illustri e del popolo, merci, miriadi di pesci e altri animali acquatici? Forse partendo dai porti che creano il legame tra la via d’acqua e le vie di terra? Oppure parlando di vedute aeree che mostrino il percorso del fiume in un batter d’occhio o della vita delle persone legata a uno dei fiumi più conosciuti al Mondo?

Inizia il mio racconto di quest’avventura tra Umbria e Lazio, seguendo la strada che percorreranno i partecipanti alla Discesa Internazionale del Tevere 2018.

 

Parto con Città di Castello, come faranno paddlers, ciclisti e camminatori della DIT il 25 aprile. La scelta non è casuale: Città di Castello con il Tevere ha un legame antichissimo.

La città si è sviluppata sulla riva destra del fiume che nasce sul Monte Fumaiolo. Non a caso l’antico nome umbro della città era quello di Tifernum (città vicino al fiume), al quale i romani vollero aggiungere Tiberinum, sottolineando ancora di più l’importanza del Tevere. Città di Castello aveva anche un porto fluviale, oggi perso nella memoria dei tifernati, dal quale partivano e arrivavano le merci.
Lo skyline della città deve essersi modificato di molto da allora e se oggi dal lungotevere affollato di sportivi, bambini e cagnolini al guinzaglio alzate gli occhi verso il centro abitato, vedrete spiccare le sue torri. Una in particolare mi incuriosisce, è rotonda e sembra antichissima.

Si tratta del Campanile rotondo, una costruzione quasi unica nel suo genere. Affonda le radici nel lontanissimo XI sec. d.C., in età romanica, un tempo in cui Città di Castello guardava ad Arezzo e alla vicina Romagna ispirandosi all’arte ravennate e bizantina grazie all’influenza dell’architetto Maginardo. Il Campanile fa parte del complesso della Cattedrale dei Santi Florido e Amanzio. Se osservate bene la struttura noterete i diversi momenti della costruzione: quello più antico è di stile romanico, con una struttura ordinata di piccoli conci in pietra e piccole feritoie. Poco sopra noterete lo stile gotico nelle aperture che donano slancio al Campanile, che termina con una copertura a forma di cono, che racchiude la cella campanaria vera e propria.
La torre, finita di costruire nella metà del 1300, è stata recentemente restaurata e vi consiglio vivamente di visitarla per godervi dall’alto la vista su Città di Castello e seguire con lo sguardo il percorso del Tevere.

Per raggiungere la cima della torre alta 43,50 m, si inizia con una stretta scala a chiocciola in pietra. Mentre la percorrerete sarà come fare un viaggio nel tempo, immaginando altre epoche, altre vite fino a raggiungere il primo livello, dove si apre la prima delle nuove scale in legno che vi guideranno fino all’ultimo piano.

Non salite subito. Sulle pareti e sulla volta di questo primo piano potrete sbirciare nella vita di persone che erano dove voi siete ora, molto tempo prima di voi. Ecco apparire nella penombra un disegno a colori che ricorda il ritratto di Giuseppe Verdi di Giovanni Boldini, iscrizioni ufficiali datate al 1704, nomi, parole indecifrabili, iniziali e una testimonianza dei campanari che si riunirono in una notte del 1854 e che – da come si intuisce decifrando le parole consumate dal tempo – devono averla passata facendo brindisi fino all’alba.

Ora, se io non soffrissi in modo irrimediabile di vertigini e esistesse un modo per teletrasportarmi al di sopra delle numerose file delle scale in legno senza che io sia sopraffatta dall’insensata ansia di cadere nel vuoto, vi direi quello che mi ha detto David, che ha esplorato i piani alti senza paura.

I 70 scalini circa vi faranno raggiungere il secondo ordine di finestre su Città di Castello. Con una vista a 360° rincorrerete con lo sguardo i profili dei tetti, delle colline intorno alla città e del Tevere. Il fiume  scorre silenzioso al suo fianco e si gode lo skyline della nuova e antica Città di Castello con il suo Campanile rotondo, pronto ad accompagnare la carovana della Discesa del Tevere e me nella nostra strada verso Roma.

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