Capita che la Storia a volte si lascia dimenticare per poi farsi riscoprire in modi fortuiti, casuali e inaspettati. E secondo questo principio può benissimo scegliere un gruppo di ragazzini poco più che tredicenni per tornare alla luce.

Siamo a Narni, 1979. Roberto e i suoi amici vogliono diventare speleologi e dalla rupe si lanciano con una corda in cerca di una grotta. Atterrano nell’orto di un ottantenne che dice loro che vicino al suo pollaio da una ferita sul muro si sente passare dell’aria. Una volta aperto un varco sul punto indicato dal contadino, ecco davanti a loro un pezzetto di storia dimenticata di Narni a cui seguono altre scoperte, altri pezzetti di un puzzle in continua ricomposizione.

Veniamo ai giorni nostri, una calda domenica pomeriggio di giugno. La prima uscita ufficiale di UmbriaInPiedi.
Ci troviamo su quello che un tempo era l’orto dell’anziano signore che contribuì alla scoperta, davanti a noi si apre un paesaggio umbro da cartolina: il verde scuro dei boschi che ricopre una ripida collina e che circonda la dimora di un eremita, più sotto il fiume Nera scorre silenzioso.
Quello che ci sta per mostrare Aroti, la nostra preparatissima guida, è quello che si è salvato del convento dei frati domenicani, dopo lo scorrere del tempo, la voglia di dimenticare dei narnesi e i bombardamenti della II Guerra Mondiale.

La prima sala che visitiamo è la chiesa di S. Maria della Rupe, chiamata così dal 2000, quando ancora non si sapeva che un tempo era stata dedicata all’Arcangelo Michele.
Le pareti dell’abside, della navata e del soffitto sono tutte decorate con pitture che vengono collocate tra XII e XIII sec. Tra le figure dipinte con eleganza e semplicità si riconosce San Michele e il Drago, Cristo e gli evangelisti e in fondo alle pareti della navata, i tondi con i ritratti dei domenicani che sedevano in quello che era il coro.
Passiamo ad un’altra sala, di cui le ricerche non hanno ancora chiarito l’antica funzione, ma che oggi viene utilizzata per raccontarci di come gli antichi romani costruivano gli acquedotti, uno di quelli di cui avevano dotato anche /Narnia/, l’acquedotto della Formina nel I sec. d.C., in gran parte sotterraneo (un tratto è stato reso percorribile e tra le tante mie fobie non ci rientra la claustrofobia, perciò: Narni ci vediamo presto).
Aroti ci fa fermare prima di uno stretto e buio corridoio, in quella che un tempo era la cantina dei signori che confinavano con l’anziano contadino. Questi, ci racconta, sono meno collaborativi e negano il permesso ai giovanissimi esploratori di fare indagini. Ma la curiosità di conoscere è più forte e decidono di continuare ad esplorare nella notte dei festeggiamenti del patrono di Narni, il buio e i suoni della festa avrebbero nascosto alla perfezione le loro intenzioni, come in un classico di Spielberg.
Percorsero lo stesso corridoio che guida noi ad una sala piccola con un alto soffitto. Loro trovarono polvere e calcinacci dove ora sono disposti oggetti carichi di inquietudine e angoscia. Complice il sottofondo registrato di canti gregoriani, l’aria è carica di sinistra solennità. Qualche secolo prima di noi, i “fortunati” ospiti di quella stanza potevano sentirli dal vivo quei canti. Perché “fortunati”? Perché ci troviamo nella stanza chiamata dei Tormenti, cioè una stanza dell’Inquisizione. Sì, ho scritto proprio dell’Inquisizione, una di quelle stanze dove i malcapitati, colpevoli o innocenti che fossero, subivano interrogatori e torture e i canti dei domenicani che venivano dalla Chiesa, servivano anche per attenuare i rumori e le urla dei prigionieri.
Su uno dei lati lunghi della stanza si apre una porticina, piccola e pesante. Aroti ci fa entrare e tutti vicini ce ne stiamo in piedi con occhi e bocca spalancati a scorrere davanti a noi le pareti graffite di quella che fu una cella di prigionia.

Potrei raccontarvi tutto quello che Aroti ci ha detto, dell’identità di due dei carcerati, ma non vorrei togliervi il brivido della scoperta una volta lì.
Vi basti sapere che verrete catapultati in un mondo misterioso, fatto di simboli alchemici e massonici, di paura e voglia di fuggire, ma che forse sarebbe stato meglio voler rimanere.

Quei ragazzini sono ormai uomini, hanno restituito qualcosa a Narni che persone come Aroti e le sue colleghe regalano poi a chi come noi, si lascia guidare tra stanze buie e misteriose, accompagnato dalla Storia che si palesa quando vuole lei e come vuole lei.
Ad esempio a noi, senza il nostro Instagram photo contest #umbriainpiedi , non so mica se la Storia avrebbe fatto capolino per farci scegliere Narni come prima uscita ufficiale…

Grazie a Narni sotterranea e ad Aroti.
Foto da Instagram di Narni Sotterranea e Fermata Narni 

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