Nel 1944 l’Umbria si trovò a fare i conti con l’occupazione tedesca dopo i fatti del ’43, anno in cui l’Italia firmò l’armistizio dell’8 settembre.
Molte volte mi sono chiesta come vivessero i miei nonni i giorni della ritirata tedesca che passò tragicamente anche per questa regione: la strage dei 40 martiri di Gubbio, fucilati in seguito all’uccisione di un soldato tedesco, è forse uno degli eventi più tristemente noti.
Non vi racconterò episodi di guerriglie o assalti ai tedeschi, perché la Resistenza è anche un insieme di piccoli gesti quotidiani.

Nonni

Mio nonno paterno, Elio, non era in Italia. Dopo essere stato ferito in Libia, venne fatto prigioniero dagli inglesi, portato prima in Egitto, poi in un campo di prigionia in India ed infine imbarcato in una nave alla volta dell’Inghilterra dove i prigionieri venivano mandati in aiuto alle famiglie rimaste senza braccia per il lavoro nei campi. Sicuramente tra i pochi bei ricordi di quel periodo c’era la tovaglia che la famiglia in cui era capitato sventolava per fargli capire che sarebbe dovuto rientrare in casa per l’ora del tè. Solo dopo la fine della guerra riuscì a dare notizie ai miei bisnonni di Solfagnano, che lo credevano ormai morto.

Mia nonna Linda abitava vicino Torgiano, la sua famiglia faceva il carbone per Sua Maestà il Re d’Italia. Aveva poco più di vent’anni quando lei e la sorella, le uniche in quel momento in casa, si videro entrare un tedesco altissimo con gli stivaloni neri. Osservarono con terrore l’uomo prendere una gallina e tirargli il collo davanti ai loro occhi per poi obbligarle a cucinarla. Dopo aver mangiato se ne andò. La mia bellissima nonna raccontava sempre di non aver mai avuto paura più grande.

Mio nonno materno Gigi, percorrendo a piedi buona parte del viaggio, era appena tornato dalla campagna in Russia. Uno dei pochi fortunati. E senza pensarci due volte se ne andò per i boschi dell’Alta Valle del Tevere, cercando di nascondersi dalla brutalità dei nazisti e facendo amicizia con i partigiani. Lo immagino aspettare la notte per spostarsi, cambiare nascondiglio, con la calma e la serietà che lo contraddistingueva.

Mia nonna Santina conosceva da sempre mio nonno Gigi, negli anni della guerra aspettava paziente il suo ritorno. E immagino in quei mesi di fughe del suo innamorato, cercare pericolosamente anche solo un secondo per incontrarsi, scambiarsi una delle loro occhiate d’intesa e per dargli del pane, preparato da lei nella cucina in cui le loro famiglie contadine si riunivano per mangiare, a Paterna vicino Città di Castello.

Questo è quello che ricordo dei racconti dei miei nonni. Sono enormemente grata al loro coraggio e alla loro tenacia, comuni a quelle di tantissimi altri in quell’anno, che sono poi l’essenza del significato di un giorno di festa come il 25 aprile.

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